“BUONA SCUOLA”, MA PER CHI? a cura di Matteo Fantozzi
“Un paese che distrugge la sua scuola non lo fa mai solo per soldi, perché le risorse mancano, o i costi sono eccessivi. Un paese che demolisce l’istruzione è già governato da quelli che dalla diffusione del sapere hanno solo da perdere”, Italo Calvino. Una scuola ritagliata a misura di scarne ambizioni va stretta a un paese grasso di cultura come l’Italia. La ministra Giannini e un gruppo di specialisti scelti si sono impegnati ad elaborare la “Buona Scuola” affinché rinvigorisca la flebile istruzione italiana, a quanto dicono. Ma Calvino sarebbe stato realmente soddisfatto di questo programma di riorganizzazione del sistema scolastico? L’avrebbe ritenuto adeguato ed efficace?
Introdotta da un’apologia sull’istruzione, evidenziata come soluzione strutturale alla disoccupazione, il piano di riforma si propone di offrirsi come un meccanismo innovativo, alimentato da giovani cittadini. Presentato come un progetto collettivo, che sia un investimento e non una spesa, il piano per una buona scuola è diviso in sei capitoli, all’interno dei quali esso è spiegato dettagliatamente. Il primo punto della “Buona Scuola” è l’assunzione dei 150 mila docenti precari in Italia, svuotando le storiche GAE (Graduatori a Esaurimento) per Settembre 2015 e indicendo un nuovo bando che consenta a 40 mila abilitanti all’insegnamento di entrare in carriera tra il 2016 e il 2019. Oltre ad un rinverdimento della platea docenti un intervento tale comporterebbe inevitabilmente un corposo aumento degli insegnanti. Dei 150 mila assunti, 50 mila occuperanno le cattedre scoperte, solitamente di affido annuale, 18 mila contribuiranno all’incremento dell’offerta formativa, 80 mila verranno distribuiti tra scuola dell’infanzia e scuola primaria, 20 mila assumeranno un ruolo funzionale. Questo investimento avrebbe un costo pari, nel primo anno, a 3 miliardi e sarà attuabile solo attraverso una riforma dell’assunzione del personale docenti: eliminazione delle GAE e reclutamento dell’organico soltanto mediante bandi. Se l’Italia non assumesse tutti gli iscritti alle GAE, riceverebbe una multa molto salata dall’UE. La “Buona Scuola”, inoltre, si impegna ad offrire la possibilità ai docenti fare carriera; al docente è possibile incrementare il suo salario non attraverso gli “scatti di anzianità” ma l’accumulamento di crediti. Questi crediti si ricavano dalla qualità dell’insegnamento, da corsi formativi valutati e certificati, da attività extra (coordinatore di classe) esercitate all’interno della scuola in cui si lavora e confluiscono nel portfolio del docente vagliato dal Nucleo di Valutazione. Un insegnante che rientri nel 66% dei docenti più “accreditati” di ogni scuola, avendo raccolto numero di crediti sufficiente in un triennio, effettua uno “scatto di competenza”; gli spetterà, quindi, una retribuzione aggiuntiva pari a 60 euro netti al mese. Non sarebbe necessario attendere, come accade oggi, 9 anni per ricevere una remunerazione addizionale sul proprio salario base (140 euro per tutti al primo scatto di anzianità), ma ne basterebbero 3, ovviamente se si è inclusi nel 66% a cui è di diritto l’aumento.
Questo sistema permetterebbe ai professori che effettuino i 12 scatti di competenza consentiti di guadagnare a fine carriera circa 2 mila euro in più di quanti ne ha ricavati un docente che ha concluso il suo percorso lavorativo a giugno 2014. Il denaro che profitterà in più un insegnante è tolto dalla tasca di un altro insegnante. Sarà, infine, concessa ai professori la possibilità di spostarsi in istituti in cui la media dei crediti stimati all’interno del portfolio dei loro colleghi è bassa, per maturare più facilmente uno scatto di competenza. Se, a primo impatto, questa possibilità sembri garante di un’omogenea distribuzione dei docenti “più bravi”, in realtà contribuirebbe ad instaurare un clima aspramente concorrenziale all’interno della scuola. E’ doveroso evidenziare, infatti, che, per quanto questo sistema assecondi la meritocrazia, si rischia di creare all’interno dell’ambiente scolastico un clima conflittuale e competitivo. Un clima che stermini ogni particella restante di quella già rara armonia presente negli storici centri di diffusione del sapere. E’, infatti, inserita all’interno del piano “Buona scuola” la parola valutazione per ben 51 volte, seguita dalle parole azienda e/o impresa e competizione che compaiono nel testo rispettivamente 19 e 5 volte. Soltanto una volta si trovano le parole condivisione, compresenza, cooperazione. Ad essere giudicati secondo la “Buona Scuola, non sarebbero soltanto i singoli insegnanti ma anche gli istituti stessi, attraverso un organo (SNV) composto da squadre di esperti. Il giudizio del SNV si basa su quanto la scuola analizzata si sia impegnata a migliorare (aumentare l’offerta formativa, scegliere docenti utili al piano di miglioramento previsto dalla scuola). Le scuole “migliorate” saranno ricompensate con fondi diretti dallo Stato. Scuole migliori saranno indubbiamente quelle che riceveranno dei fondi privati, perché la “Buona Scuola”, più o meno come la tanto contestata legge Aprea, invita le aziende ad investire sulla scuola in quanto fondo comune su cui credere. Partendo da situazioni economiche iniziali diverse le scuole non potranno ugualmente “competere” (termine caro alla “Buona Scuola” che, guarda caso, in questo punto non sembra impegnarsi ad assicurare una competizione equilibrata). E’ evidente, di fatto, che l’apertura a finanziamenti privati creerebbe un dislivello economico trai vari istituti, e tale situazione si rifletterebbe sulla qualità strutturale e, ahimè, didattica (laboratori accuratamente attrezzati alzano, alle volte, il livello dell’insegnamento) delle scuole. Conseguente sarebbe la formazione di istituti di serie A e di serie B, che impedirebbe un’estesa e uniforme diffusone del sapere. Calvino non gioirebbe sapendo che le scuole si gestiscono come aziende e che siano dipendenti dalle aziende stesse.
Speriamo si perda quell’enfasi pubblicistica degli squilli mediatici, oramai tutto è risolto a gossip, anche la politica.
Tutti leggono ed è un bene. Tutti, però, scrivono: nell’anarchia più assoluta del pensiero, frasi buttate lì ad effetto, magari prese da una parte di una parte di un concetto espresso da qualche altro.
Ma ognuno dentro di se vorrebbe contare di più per valere di più, così vorrebbe lo spirito televisivo in cui siamo, nostro malgrado, incastonati: chi vi fa parte e chi no! E chi uccide per entrarvi forzatamente.
E così che, anche, ognuno di noi, sempre per contare e valere di più (webbisticamente parlando) spiana la strada alla sua storia, quasi sempre con sottoinsiemi di concetti che espressi laceri e monchi sembrano valere in assoluto, ma non lo sono affatto.
Sembra un ritorno all’opera mediatica fascista tra le due guerrre, movimento, azione, pubblicità, oggi aggiungiamo twett e pailettes facebookiane.
Vale la dettatura della prima cosa che si pensa o che attrae di una notizia, senza uno straccio di informazione, senza logica della comprensione, solo immediata risonanza dei propri istinti intellettuali scatenati da quelle facce(oserei dire felliniane) che si aggirano nelle tv e nei media in genere.
No, non è il talk show l’apice della frammentazione del pensiero odierno, che pure lo costringe tra le cornici pubblicitarie, ma il leit motiv che guida la pseudo soggettività odierna a prevalicare quella vera riducendola a disoggettività(come cioè non oggettività reale ma soggettività oggettivata virtuale). Ciò accade nei linkaggi, nella prosopopea dei titoli interminabili distanziati da sotto barre che hanno in loro già domanda e risposta. L’assoluto e il relativo collimano. La ripetizione all’infinito da incoraggiare, anzi alcuni, violentemente, la richiedono osteggiando l’incultura altrui, altri, invece, in cui lo spezzatino delle interpretazioni, date a manetta con i mi piace o con gli hashtag ripetuti, rimanda ad un mondo onirico, impersonale e collettivo(a forza).
È la società dei frammenti allora?
Analizziamo quest’aspetto che non è fatto casuale ma sociale.
Cultura o problema o, malattia, come alcuni propongono.
Se è di cultura nuova che si parla, si dovrebbe almeno specificare come mai concetti così slegati tra loro vengono legati indissolubilmente, si pensi alle famose e fumose slide renziane, che in alcuni casi si rilevano addirittura demenziali. O agli assunti tweettiani che rilevano la personale e momentanea situazione emotiva, costretta tra quelle poche lettere concesse, che magari viene cambiata un secondo dopo. Pensare per messaggi è cultura? E da quando un messaggio è indice della totalità a cui si riferisce? Certo, lo può essere, oggi, eccome. Ne è divenuta quasi simbiosi di riferimento per essere alla moda. Ridurre tutto a luogo comune di poche lettere. Si guardi a quello che succede oggi , si uccidono brutalmente 150 ragazzi indifesi, si distruggono senza pietà statue e documenti antichissimi, si assassinano giornalisti e turisti nelle redazioni e nei musei, ci si fa propoganda personale incitando ad un problem solving, però inverso, altri parlano di terrorismo dialettico quasi avessero loro il dono della sapienza. Ci si costruisce un identità con gesti, che come semi equivalgono alle parole troncate dai verbi e preposizioni delle vignette e dei concetti striminziti da arditi spartiti, segnano, però, mari di sangue e violenze linguistiche. Tutto si muove su una linea i cui punti segnati sono gli squilli da evidenziare: nessuna analisi, nessun pensiero dietro-avanti, nessun procedimento analitico del pensiero, buttar giù ciò che viene per prima. E viene in mente coloro i quali si citano come libertà di pensiero quasi che qualcuno gli abbia costretti a non averla. Son loro, invece, che, prima, si son fatti afferrare dall’atavico ed inafferrabile senso dell’assoluto contenuto nel principio della frammentazione e, ora, ne chiedono l’espressione. È un segno che non basta troncare e linkare e twittare? No. Siamo ancora in balia del ricreare quello spazio proprio all’inteno dell’illusionistico ed irreale mondo digitale. Siamo ancora lontani dal sapere e dalla conoscenza che in maniera onnivora divora l’aveo del nostro io.
È questa allora cultura?
Che sia invece un problema, un inceppamento della nostra mente che rifiuta di esprimere concetti finiti e relazionabili con la storia o astorici? Un problema nasce se hai un quesito a cui dar, attraverso le incognite, un risultato che lo soddisfa.
Si pongono problemi di cui si desidera solo i risultati attesi-in linea con l’attuale lettura frammentaraia: come evitare massacri o pestilenze o povertà o aderire a eco-economie alla portata di tutti; il perchè, come ci si arrivi e chi lo consente, non interessa. Neanche il perchè sono avvenuti-ovvero lo si dà ma quasi acquisito e sempre per stringhe, non per analisi. Ecco perchè si arriva alle solite limitate punteggiature e ai lunghi cataloghi di elenchi numerati che si sostituiscono ai farraginosi(per chi oggi è frammentario) monologhi o dialoghi. Non è il problema in se che causa ciò ma come derivato della cultura fallocrate dell’interfaccia digitale, creata ad arte(ma inconsapevole del futuro), senza che una vera regolamentazione ci si sia mostrata necessaria, a capire dove portava e cosa portava.
È allora un problema senza le incognite?
E allora è malattia come vorrebbero alcuni studiosi del conscio-inconscio? Può darsi! Non è escluso che sia un momentaccio per chi pensa di risolvere tutto disperdendo epigrafi volatili. Ecco, la volatilità del pensiero è malattia! La volatilità del pensiero ha consentito opere inimmaginabili ancor oggi, non può essere, non può accettarsi questo come incipit risolutorio. Dovremmo, allora, cancellare le più belle composizioni ed opere letterarie sin qui prodotte, se fosse vero? Ma non lo è.
Però, allo stesso tempo c’è chi ci gioca ed affonda la lama in questo cratere enorme dell’etere. Governanti e politici vari, terroristi, economisti, linguisti, filosofi, comunicatori, pubblicisti, tuttosapienti e giornalisti che, coscienti della relazionalità dei mezzi mediali, manipolano a spron battuto chi si serve ignaro di queste pagine bianche che si colorano d’improvviso a quei squillli.
E allora, ecco risolto il rebus, la nostra mente a scatti, allertata dagli squilli, si riempe di frammenti, e, incapace di coniugarli al tutto-perchè è sottointeso e cercato il non volerlo, invece che ricomporli li ri-deframmenta ulteriormente alla ricerca della stessa logica che gli ha indotti, ragionare per sintetismo dialettico.
Ma è il sintetismo dialettico il prodotto della società virtuale, vero e sincero, o è volutamente spronato da chi non vuole un’omogenea distribuzione del sapere e della conoscenza, astorica.
Da chi non vuole che si sappia prima di Maometto o da chi non vuole si sappia prima delle sue Leggi o da chi non vuole più cittadini pensanti ma consumatori di un lessico, intringante si, ma mortificante negli effetti, e come tale le rivoluzioni culturali sette-ottocentesche ci hanno consegnato.
Cancellando così d’un sol colpo quel magnifico essere che è l’uomo. L’uomo questo strano essere dimenticato da tutti che non pare neppur fatto di atomi ma di pixell.
Che risorga allora l’uomo!


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