UN CIRCOLO VIZIOSO. LE TASSE E IL LAVORO a cura della Redazione
Si parla di come alleggerire la pressione fiscale ma il metodo applicato risulta lo stesso: dividere per percentuali minori o maggiori o eque. Questa è la solita politica delle percentuali su una base reddituale come oggi determinata.
Si pensi al regime vessatorio di tasse dirette ed indirette che oggi ha cretao plusvalenze oltremisura e che, in questo periodo di crisi, è sempre a favore e avvantaggia i più forti, quelli economicamente forniti. Se ci fosse il reddito di cittadinanza, come oggi molti partiti stanno proponendo e auspicando, la redistribuzione avverrebbe a forte spinta verso chi meno abbiente. Allora come conciliare reddito di cittadinanza e tasse? Sono le seconde conciliabili con il primo? Si noti che l’Italia e la Grecia sono le due nazioni in cui non vi è un reddito minimo che da l’accesso sia ai servizi che alla tassazione nulla, nel senso che chi non ha nulla riceve il reddito e non paga le tasse e menchemeno le imposte. E' a questo che dobbiamo pensare prima che, giustamente, ad una tassazione equa e solidale: l'equazione deve risolversi e non può essere uguale a zero. Ragioniamo, una volta che lo Stato è in grado di assicurare un reddito, quindi un lavoro, si presume, a tutti, il reddito di cittadinanza non dovrebbe essere un alibi per una professionalizzazione futura. È difficile vedere cittadini che non producono nulla per tutta la vita.
L'eventuale tassazione diretta, poi, sarebbe da imporre alla sua produttività-guadagno e non al reddito, che è cosa diversa, poiché, vi concorrono altri emolumenti e altri fattori. Produttività che non è isolata, ma accompagnata da quanto spende quell'individuo in quel particolar contesto e non regolata da altri "patrimoni", che magari sono stati ereditati.
Ora, non si auspica un ritorno ad un "comunismo" ante litteram, bensì ad una revisione totale del modo in cui si calcolano le tasse, perchè, qui è ben chiaro, che il sistema sarebbe lo stesso, invece che rivederlo nella nuova funzione che ha in uno stato liberale. Come si vedrebbe allora un sistema di tassazione diretta al fine di ricevere beni e servizi pubblici, partendo dal presupposto che tutti partecipano al processo democratico e, in egual modo, hanno gli stessi diritti? Non certo dalle azioni simultanee(lavoro-patrimonio-finanza) che troviamo oggi nella dichiarazione dei redditi, ma dalla sua produttività. Esempio: un lavoratore produce un “pezzo” che gli da come risultato economico, un guadagno, espresso in forza-lavoro rilasciata che non gli ritorna più. Quanto di questa forza-lavoro deve essere tassata se egli ha dovuto già cederla per guadagnare? Dall’esempio, ed è un esempio, è evidente che nulla dovrebbe cedere. Ma anche questo è impossibile se si vogliono costruire mondi sempre più democratici e a cui tutti devono partecipare con servizi e beni pubblici. Poi, d’altro canto, si parla sempre genericamente di questi beni e servizi pubblici per cui paghiamo le tasse, ma quali sono oggi? La parolina che esce più spesso dalla nostra bocca è servizi sociali, strade, etc., pagamenti lavoratori enti pubblici. Ma se gli stipendi sono sempre più “esili”(in relazione al diminuito potere di acquisto), minore dovrebbe essere il gettito fiscale, e minore dovrebbe essere se la spesa pubblica non costasse più quello che oggi si prevede, quasi 800 Mld e più per il 2014. In realtà non è così, che la nostra tassazione non sia riversatata dallo stato nella sola produzione servizi e beni pubblici, è fin troppo chiaro, chi paga oggi quell’enorme spesa che la nostra classe dirigente politica che ci sottomette a pagare in virtù di politiche fallimentari e che è fonte primaria del persistere del debito. Ed è anche vero, come alcuni studiosi del mercato fanno notare, che senza richiesta di debito non potremmo fare avanzare questo nostro paese, indietro in tutto.
Siamo convinti che se non si cambiano i parametri della spesa pubblica difficilmente, secondo l’attuale sistema reddituale fiscale, potremmo pagare meno, ma nello stesso contempo bisogna industriarsi affinchè si creino premesse fiscali migliori ed eque.
Una mano, in tal senso, la da chi pensa che la redistribuzione debba essere rivista in alto, accompagnando una crescita della popolazione meno abbiente. Altri differentemente e, non a torto delle loro ragioni di base, credono che un aloquota unica dia più respiro anche a chi deve investire. Altri ancora dichiarano che il reddito di cittadinanza salverà dall’imposizione fiscale i più deboli, economicamente.
Ma chi pagherà il debito pubblico, arrivato a più di 2100 Mld(30-33000 €/cittadino italiano), e la spesa pubblica, 840 Mld ogni anno e in crescita, se le premesse sono solo di ordine fiscale e non valoriali.
Se non esiste lavoro e i giovani vanno altrove, se le imprese delocalizzano, se gli artigiani chiudono le loro botteghe, se gli operai vengono licenziati, ciò significa che esiste un problema a monte delle tasse, quello del lavoro. Senza lavoro non c’è reddito, e, quindi, niente tasse. Un circolo vizioso.

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